Appello della staffetta partigiana “Luce” Luciana Romoli per la Ciclabile del Tevere alle donne della resistenza.

E’ stato proposto di intitolare una pista ciclabile lungo il Tevere da Roma Saxa Rubra all’Umbria in continuità con quella già esistente dedicata alle donne della Resistenza Romana e collegarla ai luoghi dove è nata la nostra Costituzione.


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🎥#ELETTRITV💻📲 La guerra partigiana non ha un esercito regolare. I comandanti sono tutti nascosti, hanno un nome di battaglia perché le spie non possono riconoscerli. Vivono nascosti anche i partigiani spesso in montagna. Anche loro hanno un nome di battaglia perché la loro identità non sia conosciuta neppure dai compagni. Dunque, bisogna che gli ordini arrivano dai comandanti di zona ai partigiani attraverso le staffette.
La staffetta la trovi nelle città, nelle scorciatoie, nei sentieri più duri, tante sataffette, anche giovanissime, ragazzine, giovani donne, casalinghe, operaie, contadine, braccianti, studentesse, decisero ognuno per percorsi diversi di partecipare alla lotta contro il nazifascismo, dando il loro contributo. Le staffette non avevano automobili e tantomeno telefoni. Avevano la loro bicicletta. Chi non ci sapeva andare era costretto a prendere i mezzi pubblici. La staffetta c’ha gambe solide, fiato buono, pedalano di giorno e di notte e attraverso luoghi pericolosi dove corrono continuamente il rischio di incappare in una pattuglia tedesca.
Essere Staffetta voleva dire far parte di un gruppo ben organizzato, strutturato. Il commando di questi gruppi era affidato ad una persona carismatica, un comandante che reclutava le staffette e dava loro un nome di battaglia. Questo perché durante il fascismo gli oppositori a regime devono vivere sempre guardandosi le spalle, gli uni con gli altri, mantenendo segreta la loro identità, vivendo in pratica in clandestinità, senza l’organizzazione clandestina, senza i gruppi patriottici, senza le staffette, senza una partecipazione di massa, la resistenza non sarebbe stata possibile. Luigi Longo, importante dirigente, comandante partigiano, ha definito la staffetta la figura più leggendaria di tutta la resistenza. Le staffette non sapevano cosa portavano. A loro venivano consegnati i pacchi chiusi. Dentro ci potevano essere armi, medicine, chiodi a quattro punte. Se non altro questi
chiodi a quattro punte, questi molto riconoscibili, se non altro per il peso. Era un materiale comunque pericoloso e compromettente. Io non so se voi l’avete visti questi chiodi come sono fatti, perché se voi andate alle Fosse Ardeatine dove c’è il museo, lì ci sono i chiodi che ho portato io, se tu li buttavi per terra tre rimanevano per terra e uno rimaneva alzato e questo che rimaneva alzato perché tu li buttavi così e questi servivano quando c’erano i tedeschi che volevano andare a raggiungere gli americani, i partigiani per non farli arrivare a un certo punto le autocolonne della Wehrmacht trovavano tutti questi chiodi. Loro arrivavano tutti incolonnati e quando arrivava il primo carrarmato saliva su questo mucchio di chiodi e non poteva più muoversi, ma loro non c’avevano lo spazio di frenata e quindi ve lo immaginate tutta questa colonna veniva fermata, andava addosso, andava addosso, uno contro l’altro, capito? rimanevano incastrati, non si potevano più muovere e loro, i nazifascisti, avevano chiamato i vigili del fuoco per farli muovere e i vigili del fuoco gli hanno detto che non avevano nessuna possibilità perché dovevano avere le gru che avrebbero preso questi mezzi e li avrebbero spostati. E allora sono stati più di tre giorni in tutte le strade consolari, Prenestina, Casilina, Tuscolana, Appia e Appia antica. Quindi tutti bloccati, tutti bloccati perché loro volevano andare contro gli americani e noi non gli abbiamo dato la possibilità di arrivarci. Questi chiodici hanno una grande funzione. Io facevo la staffetta, andavo da un partigiano che si chiamava Giorgio, nome di battaglia. Andavo da lui a prendere questi chiodi, però io da Casalbertone andavo a Trastevere, perché questo stava a Trastevere, in bicicletta. Ogni giorno cambiavo itinerario perché era pericoloso fare sempre lo stesso itinerario. Un giorno, momenti investo una signora mi si è parata davanti e mi ha detto “Ragazza, non andare da Giorgio, c’è stanno i tedeschi che lo stanno a porta via”. “Se vai là te portano via pure a te”. Questo per dirti era vero che Roma, metà Roma combatteva e metà Roma aiutava i combattenti. Questo l’hanno detto gli americani, l’hanno detto i tedeschi, non l’abbiamo detto noi e quindi questo è importantissimo. Io io quando è finita la guerra sono andata a cercare questa donna per ringraziarla. Mi ricordavo solo che era alta, che c’aveva i capelli neri, che c’avrà avuto una quarantina d’anni. Non l’ho ritrovata, sono andata dai partiti, no? Partito comunista, socialista, socialdemocratico a cercarla e non l’ho ritrovata. Era una popolana. Era una popolana perché appunto è vero che metà Roma combatteva, l’altra metà aiutava i combattenti.

Roma resistente proprio. Sì. Bello.

Poi volevo dire che io appartenevo a una famiglia di antifascisti.
Tutti facevano parte di un gruppo clandestino, ben organizzato, mia madre ed altre donne del quartiere. Noi abitavamo a Casalbertone dove io sono cresciuta, dopo i primi mesi della lotta partigiana aderirono ai gruppi di difesa della donna, insieme ai mariti, ai fratelli, organizzarono una rete di solidarietà e di aiuto per tutti gli antifascisti del quartiere.

In che anno questo?

1943-44.Stampavamo a casa mia l’Unità clandestina, il giornale, l’Unità. Organizzavamo gli scioperi e le iniziative popolari, anche mie sorelle, quelle più grandi, Adriana e Marcella. Mia sorella Adriana era un’operaia e quando è iniziata la resistenza le operaie hanno fatto la lotta armata. Mia sorella Marcella invece era addetta a recuperare nelle case i vestiti pesanti di lana per portarli ai partigiani che stavano in montagna che morivano di freddo e quindi lei andava nelle case dei compagni a farsi dare maglioni e giacconi per aiutare, era un lavoro importantissimo. Mia sorella Adriana, nome di battaglia Anna. Mia sorella Marcella, nome di battaglia Gioia.

Già da diversi anni io non potevo più andare a scuola con grandissimo dispiacere perché nel 1938,
quando il dittatore Mussolini emanò le leggi razziali per espellere gli ebrei di ogni età dalla vita sociale. La mia compagna di banco e amica del cuore che abitavamo nello stesso palazzo, lei stava a scala D e io a scala E. Lei stava al primo piano, io al quarto. Io vedevo quello che succedeva in casa loro, ma c’erano state le leggi razziali, quindi c’è stata una grande solidarietà perché gli ebrei non potevano lavorare, non potevano fare niente e invece in tutti i quartieri di Roma c’è stata una grande solidarietà per aiutare gli ebrei, soprattutto i bambini che non potevano più andare andare a scuola e quindi c’erano degli insegnanti che il pomeriggio andavano nella borgata ad insegnare a leggere, a scrivere, perché altrimenti sarebbero stati analfabeti.
Noi avevamo la nostra maestra era antifascista, però quel giorno non c’era. C’era una supplente mai vista prima, non era andata nemmeno a presentarsi, nell’aula dove stavano le altre maestre. Era vestita da fascista. Appena entrata in classe ci ha fatto vedere che lei c’aveva il cartellino con la fotografia che lei era una dirigente delle delle giovani italiane.
Appena entrata ci ha trattato malissimo. Aveva una gonna lunga nera, una mantella nera, un basco nero e una striscia bianca con scritto Mussolini. Così si è presentata nella nostra classe e lei ha detto bambine, prendete il quaderno a righe e scrivete dei pensierini sui maledetti ebrei. Noi eravamo 37 in classe, ma nessuna di noi ha tirato fuori il quaderno.
Lei è venuta al terzo banco, ha preso la mia compagna Debora Zarfati, l’ha tirata e l’ha portata vicino alla cattedra e c’era la finestra che c’era un cordone. Lei che cosa ha fatto? ha preso le trecce. Debora c’aveva le trecce lunghissime, ma molto forte. Ha preso queste trecce, l’ha alzate e l’ha legate a questo cordone. Vi immaginate noi 37 a vedere la nostra compagna era terribile. Eh, ancora lo vedo. Allora lei, prendete il quaderno a righe, scrivete, diceva, “Gli ebrei sono ladri, sono mascalzoni, rubano”, insomma, tante parole offensive.
E allora vedere la nostra compagna, a un certo punto lei va al primo banco, prende la nostra compagna, la cartella e tira fuori il quaderno e gli dice, “Scrivi subito un pensierino sui maledetti ebrei”. Lei ha detto, “Io no”. Lei gli prende la testa e gliela sbatte sul banco. C’era un buco e nel buco c’era il calamaio.
Quando lei gli ha sbattuto la testa, questo calamaio si è capovolto. Lei si è macchiata tutto il grembiulino bianco, la cravatta e urlava. Urlava che era diventata cieca, che non ci vedeva più. Allora, due nostre compagne l’hanno presa, l’hanno portata al bagno. Prima l’hanno spogliata perché gli hanno levati il grembiule che era pieno di inchiostro e poi gli hanno lavato gli occhi per un sacco di tempo.
Allora noi a un certo punto, lei dice, gli ebrei non hanno diritto di vivere. Noi a questo punto ci siamo tutte alzate, siamo andate contro la supplente, l’abbiamo fatta cadere, l’abbiamo picchiata, gli abbiamo rotto il naso, gli abbiamo rotto i denti, perché capirai, noi eravamo 37, due compagne hanno preso la cattedra, ci sono salite!

Ma queste non ci sono riuscite a liberare Debora, perché lei aveva le trecce talmente ingarbugliate. Allora una bambina la più alta della classe è salita anche lei sulla cattedra. Allora una gli reggeva la treccia da una parte, una gli reggeva la treccia dall’altra piano piano. Quando la supplente ha visto che noi avevamo liberato Debora, lei si alza tutta piena di sangue. Bambine, prendete la vostra cartella e andatevene a casa. Capirai noi non ci pareva vero. Quando siamo andati via e il portiere dice “Ma dove andate?” gli abbiamo raccontato e lui ha detto, “No, no, io adesso vi divido per gruppi e andate nelle classi perché io non vi voglio far perdere la lezione.” Arriva lei, minaccia il portiere, gli fa vedere che lei ha il cartellino, il portiere gli ha detto che lui non c’aveva paura. Lei dice, se voi, perché allora si dava del voi, se voi non fate uscire le bambine verranno i miei… No, aspetta, come si chiamano? Il gruppo fascista, come si chiama? Eh, allora dice che lei avrebbe fatto venire questi ragazzi fascisti a picchiare, squadristi, insomma. Sì, squadristi. Ma il portiere non si è lasciato impressionare perché lui era antifascista. Intanto, dato che lui abitava nella scuola, ha chiamato la moglie, che ha preso Debora, che era svenuta, l’ha presa e gli ha fatto gli impacchi con l’acqua e l’aceto perché c’aveva tutta la testa arrossata perché lei (la suppelente) glieli aveva tirati questi capelli, quindi gli era venuto tutto una un dolore forte e allora lei gli ha fatto gli impacchi con l’acqua e l’aceto.

Quanti anni avevate?

8 anni. Facevamo la terza elementare.

I pensierini ve li chiedeva solamente brutti per gli ebrei oppure non solo contro gli ebrei, anche contro gli zingari, omosessuali, disabili?

Sì, sì, sì. Anche quelli. Infatti lei ci aveva fatto tutto l’elenco. Questo che hai fatto te. Zingari. Zingari, omosessuali. Omosessuali e anche i testimoni di Geova, anche quelli tutti. E allora è stata una cosa grandiosa, perché tutti quelli che noi abbiamo nominato poi, in tutta Roma c’erano le leggi razziali e quindi è stata una cosa grandiosa, una ribellione.
Davanti alla scuola c’era un grande Prato, poi quel giorno era pure una bellissima giornata di sole. Il portiere ci ha fatto uscire, però m’aveva detto a me, dopo io quando lei va via, io vi faccio rientrare. Invece lei che cosa ha fatto? Quando noi siamo uscite c’erano dei gradini, si è messa seduta sui gradini e non se n’è andata perché aveva capito che se ne andava il portiere ci avrebbe fatto rientrare. Allora, io avevo uno zio che lavorava con la direttrice perché lui stampava tutte le cose gratuite, era un tipografo. E allora io ho detto alle mie compagne, che ne pensate se io parlo con mio padre, mio padre era l’unico laureato del quartiere. Era insegnante, insegnava alla scuola Vittorino da Feltri, quella scuola bellissima che sta al Colosseo, la scuola Vittorino da Feltri. E allora gli ho detto, loro lo conoscevano mio padre, gli raccontiamo la storia di Debora, tutto quanto e noi facciamo un volantino. Mio zio lo stampa, poi mio zio era comunista, anche papà, certo, tutti erano comunisti a casa mia, erano antifascisti e comunisti.

Allora, che cosa è successo?

Che mio zio, mio padre ha fatto su un volantino, l’ha scritto, gliel’ha dato, lui li ha stampati, ma lui sapeva quanti alunni c’erano.
Non c’erano le classi, le bambine c’avevano un ingresso dove entravano e i bambini entravano nella strada parallela perché non si potevano incontrare, capirai? Erano famiglie numerose. Che è successo? Che mio mio zio ha portato tutti sti pacchi. Noi c’avevamo, dato che eravamo 13 persone, un tavolo lunghissimo. Lui aveva messo sti pacchi di qua e di là. Venivano i bambini e le bambine, voi quanti siete in classe? 37. Se li contavano e se li portavano via. Il compito era che la mattina dopo loro si mettevano sulla porta della classe e mano mano che entravano i bambini glie li davano. Ma che è successo? Che c’era scritto? tutta la storia di Debora, quello che era successo, quello che era successo a Debora, che Debora era stata legata, quindi una cosa contro il fascismo, contro, contro! Poi avevamo descritto bene questa vicenda. Sì. E allora mio padre, che era anche un bravo disegnatore, aveva fatto la figura di questa supplente. La caricatura, una caricatura e poi sotto tutto il volantino con la storia di Debora. Ma che cosa è accaduto? che le famiglie erano numerose. Ma quanti ne sono arrivati di volantini dentro a una casa, dato che Casalbertone era un quartiere antifascista, un quartiere di partigiani, di combattenti, perché era un quartiere operaio, c’era la Snia Viscosa, c’erano una fabbrica di legnami, perché erano erano tutti antifascisti e poi c’era la Guzzi e una fabbrica metallurgica. Anche loro hanno fatto delle cose che poi sono state distribuite a tutti. Tutti hanno collaborato e c’era anche una fabbrica che facevano le scatole delle bomboniere, eh non solo la Snia Viscosa, no? C’erano più di 1000 operai, partiva dalla Prenestina e finiva all’Acqua bullicante, quindi tutta lungo portonaccio. Sì.

C’è il lago adesso, una cosa bella. C’è un lago naturale. Sì, bello.

Sì, bellissimo! Meno male. Però lo vogliono distruggere, ma tanto non ci riusciranno.

Mio padre era stato capitano degli alpini nella guerra 15-18. E sulle Tofane
ha perduto un occhio, c’aveva un occhio di vetro perché aveva combattuto a Cortina d’Ampezzo sulle Tofane. Mio padre, sapendo che io e mia sorella Adriana facevamo questo lavoro pericoloso, la staffetta partigiana, cosa ha fatto? C’aveva un amico farmacista, è andato da lui e si è fatto fare due pasticche di veleno di cianuro che io e mia sorella c’avevamo nel calzino perché noi facevamo un lavoro pericoloso. Se ci prendevano, noi invece di essere violentate, torturate e ammazzate, noi prendevamo sta pasticca e ci suicidavamo praticamente.

Quanti anni avevate?

13 anni io, mia sorella aveva 15 anni.
Che è successo? che un giorno noi venivamo da Casalbertone e andavamo fino alla chiesa di di San Lorenzo. Lì ci rivedevamo. Io non sapevo dove andava lei e lei non sapeva dove andavo io. Io non sapevo che cosa portava lei e lei non sa non sapeva cosa portavo io. Un giorno al primo cancello del cimitero del Verano, adesso c’è un grande ponte enorme, bellissimo, ma prima c’era un ponticello, abbiamo visto che c’era un posto di blocco, eravamo rimaste d’accordo con mia sorella che lei sarebbe andata avanti e io avrei rallentato.

Che cosa è accaduto?

Che lei aveva il campanello, sembrava che si sentiva a 5 km sto campanello che suonava fortissimo.
Arriva dove stanno sti tedeschi, ancora la vedo! Un piede sul pedale, un piede per terra. Un tedesco gli fa: “Alt, signorina, che cosa avete in questa borsa?” Lei tutta sorridente, tutta allegra, bombe a mano! Non c’hanno creduto. Allora io sento “bombe in mano”, non c’ho più la forza di pedalare. Lei come una saetta è arrivata al secondo cancello degli israeliti. Io piano piano sono arrivata. Quando sono arrivata m’ha presa a schiaffi, dice “Ma sei pazza? ci salviamo per miracolo e tu arrivi piano come una formica?” Dice, “Ma io ho detto, ma tu gli sei andata a dire che c’avevi le bombe a mano? Ma quanto sei cretina! Se ci guardavano e le trovavano?” E così ho scoperto che mia che mia sorella portava le armi, capito? Allora, quando uscivamo io portavo i chiodi, portavo le medicine, portavo quello che mi davano, pacchi chiusi, ben confezionati, che i partigiani quando arrivavo me li mettevano loro nelle mie borse perché ce ne avevamo due, una di qua e una di là del manubrio, no? Così anche mia sorella ce ne aveva due e due io. Però noi c’avevamo la bicicletta diversa, io avevo la bicicletta da uomo, lei invece aveva la bicicletta da donna. E quando siamo arrivate che ci siamo poi divise, lei mi ha detto adesso che sai che io porto le armi, tu devi essere muta, non devi dire mai a nessuno che io porto le armi. Io ho detto, “Ma stai tranquilla che io sono staffetta partigiana, non dirò mai niente.”

Un altro episodio della mia attività come staffetta risala primavera del 1944. Ogni mattina alle 8:00 mi recavo a Trastevere dal fabbro partigiano Giorgio a prendere i chiodi a quattro punte che i partigiani gettavano sulle strade consolari, Prenestina, Casilina, Tuscolana, Appia, per riuscire a fermare le autocolonne tedesche dirette a Cassino per combattere contro i soldati angloamericani. un giorno, vabbè, quello te l’ho già detto che un momento investivo quella donna.
Non dimenticherò mai il buon fabbro di Trastevere, si chiamava Enrico Ferola, fu torturato a via Tasso. Dopo la liberazione seppi, che il suo nome era tra i 335 martiri che le SS trucidarono alle Ardeatine e poi ho detto che non seppi più mai il nome di quella donna che sono andata a cercarla, ma non l’ho trovata, non sono riuscita a trovarla. Sicuramente era una di quelle tante persone che negli anni 1943-1944, pur non appartenendo a organizzazioni politiche aiutavano i partigiani. Si dice infatti che a Roma metà della popolazione combatteva e l’altra metà aiutava i combattenti. Questo te l’ho detto, no? Ecco, quindi questa parte qui è finita.

Mi chiamo Luciana Romoli, sono nata a Roma il 14 dicembre 1930. Sono la terza di 10 figli.
Sono cresciuta a Casalbertone, un quartiere antifascista, a 8 anni sono stata espulsa da tutte le scuole del regno insieme a mia sorella per aver difeso Debora Zarfati una compagna di classe ebrea, a 13 anni sono stata la staffetta partigiana “luce” e nel dopoguerra ho lavorato per il PCI e ho collaborato con Gianni Rodari. Un giorno i compagni mi chiesero, era finita la guerra, mi chiesero di andare al Muro Torto a fare le scritte. Sì, dovevo scrivere pace, lavoro e libertà, però i compagni mi hanno detto quando noi ti facciamo un fischio, tu lascia tutto, butta tutto per terra e scappa, perché senno arriva la polizia e ti arresta. Ma io dovevo mettere l’accento su A. Per mettere l’accetto sulla A ‘Manno arestato”. Quando sono andata a Regina Coeli loro ti davano la possibilità di fare una telefonata. Io ho chiamato mia madre e gli ho detto, “Mamma, telefona a Gianni Rodari”, perché mi facevano telefonare da sola “e digli che io vado a Napoli a fare la campagna elettorale”, per non dire a mia madre che ero stata arrestata che stavo alle Mantellate, mia madre ha telefonato a Rodari. Allora Rodari ha detto “Ma a Napoli non c’è nessuna campagna elettorale” Quando sono ritornata al lavoro lui mi’ha detto “Ma si può sapere che fine hai fatto?”. Allora io gli ho raccontato che per mettere l’accento su A m’hanno arrestato perché i compagni m’hanno fischiato, io non ho obbedito a buttare tutto per terra e a scappare. Allora lui mi ha dedicato la filastrocca, “L’accento sull’A” .

“O fattorino in bicicletta
dove corri con tanta fretta?”
“Corro a portare una lettera espresso
arrivata proprio adesso”.
“O fattorino, corri diritto,
nell’espresso cosa c’è scritto?”
“C’è scritto: Mamma non stare in pena
se non rientro per cena,
in prigione mi hanno messo
perchè sui muri ho scritto col gesso.
Con un pezzetto di gesso in mano
quel che scrivevo era buon italiano,
ho scritto sui muri della città
“Vogliamo pace e libertà”.
Ma di una cosa mi rammento,
che sull’-a- non ho messo l’accento.
Perciò ti prego per favore,
va’ tu a correggere quell’errore,
e un’altra volta, mammina mia,
studierò meglio l’ortografia”.

Questa è la filastrocca che lui m’ha dedicato, capito? E’ intitolata l’accento su A. Gianni Rodari, poi mi voleva bene. Andavamo in tutte le città a fondare l’associazione Pionieri d’Italia perché c’erano i Pionieri, no? E poi lui aveva scritto la canzone L’inno dei pionieri.

Ragazzi avanti in cammino,
sorridiamo alla luce del sol,
di vita siamo il mattino,
e la gioia ci batte nel cuor.
Cantiam ognora al vento,
pionieri ohé!
La vita ci chiama in avanti,
Orsù andiam!
Andiam uniti sian tanti,
e siam forti più nulla fermarci potrà,
lo studio e il lavoro tenace nel mondo ci guiderà,
cantiamo ognora al vento
pionieri ohé!
La vita ci chiama in avanti,
Orsù andiam!

Questo è il l’inno dei pionieri. Poi io sono fortunata perché c’ho molta memoria, mi ricordo tutto e poi sono stata anche la segretaria di Enrico Berlinguer.

Ecco, questo raccontacelo!

Nel 1950 lavoravo alla direzione del Partito Comunista. Prima sono stata con Gianni Rodari, stavamo in via Piemonte numero 40 a Roma e poi ho lavorato alla direzione del partito. Prima stavo con Pietro Ingrao perché lui faceva i giornali, Pattuglia, l’Unità e io lavoravo con lui. Poi sono andata a lavorare con Amendola all’organizzazione, poi Amendola è stato sostituito da Enrico Berlinguer e Amendola mi si voleva porta via.
Enrico Berlinguer gli ha detto Luciana rimane qui con me, perché lei mi deve fare la rassegna stampa, è l’unica staffetta partigiana. Qui ci stanno le compagne che lavorano, sono tutte figlie dei dirigenti del partito che sono segretari di sezione. Lei è l’unica che sta qui alla direzione del partito per meriti suoi, perché lei è stata staffetta partigiana. Da qui Luciana Romoni non si muove. Allora hanno litigato, Amendola, perché no? Ma lei stava con me, deve venire con me.
Lei sta all’organizzazione e all’organizzazione rimane e così ha vinto Berlinguer. Sono rimasta con lui.

Raccontaci un po’ questa esperienza.

Lui era muto, andavo alle 7:00 a lavorare, no? gli preparavo tutta le cose che riguardavano il partito PCI glie le facevo con la penna rossa, quelle che erano della Democrazia Cristiana la penna blu e quelle che riguardavano i compagni, i rapporti con i compagni eccetera con la matita nera e questo me l’ero inventato io e lui era molto contento perché quando arrivava vedeva subito la rassegna stampa si prendeva i giornali, il Tempo, il Giornale d’Italia, il Messaggero, l’Unità.

Fino a quando l’hai fatto? L’ho fatto fino al …. Aspetta, sono stata fino a quando è nata mia figlia Silvia nel 1977 alla direzione del partito. Poi mi ero preso il diploma di ragioneria e Berlinguer mi ha detto “Senti, adesso noi dobbiamo mandare via tanti compagni perché non c’abbiamo più i soldi per pagare.” Ci sta il concorso all’ ACEA, fai il concorso all’ ACEA, tanto sei fresca di studi. Ho fatto il concorso all’ ACEA, c’erano 15 posti, sono arrivata quinta perché ero fresca di studi, capito? Sì. E quindi mi era andata bene e poi quando sono andata a lavorare all’ACEA è stato un disastro perché io ero comunista, capito? lì erano tutti democristiani, quindi la resistenza è continuata lì. Poi cera un compagno che quando sono andata in pensione nel 1995 questo compagno m’ha fatto la dedica.

Canto partigiano garibaldino, interpretato da Luciana Romoli la staffetta partigiana “Luce”

[TESTO] anonimo

“Addio mammina addio”
cantava il partigiano nel partir
“pregalo tanto Iddio
per questo figlio che non vuol tradir

La causa santa della riscossa
di Garibaldi camicia rossa
ed é orgoglioso d’esser coi ribelli
prima d’andare contro i suoi fratelli

Se tu vedessi o mamma
quanti compagni che trovai quassù
già tutta la montagna
é presidiata dalla gioventù

Canti di gioia come una festa
anche se infuria vento e tempesta
Noi siamo fieri coraggiosi e baldi
le gesta seguirem di Garibaldi

Se tu vedessi o bella
quella bandiera che piantai lassù
lassù di sentinella
ora i fascisti non la tolgon più

Moschetto pronto e mitragliatrice
rendon la vita gaia e felice
la bomba é sempre pronta nella mano
il distintivo ch’è del partigiano

Tremate o maledetti
questo é il grido della gioventù
che irrompe in tutti i petti
il desiderio non si frena più

Di liberare l’Italia nostra
da questa setta schifosa e mostra
E tutti i pianti che ci han fatto fare
con la lor pelle li dovran pagare

Ma il bravo partigiano
vigila tutto anche di lassù
e vede non lontano
il giorno bello che scenderà giù

Allor vedrai le nostre legioni
combatteranno come leoni
e brucerem per sempre questi cani
con la vittoria di noi partigiani.”

Su, comunisti della Capitale, canto della resistenza interpretato dalla staffetta partigiana “Luce” Luciana Romoli

[TESTO]
«Su, comunisti della Capitale,
è giunto alfine il dì della riscossa,
quando alzeremo sopra al Quirinale
bandiera rossa.

Questa città ribelle e mai domata
dalle rovine e dai bombardamenti;
la guardia rossa suona l’adunata:
tutti presenti.

Vent’anni e più di tirannia fascista,
col carcere, il confino ed il bastone,
non hanno menomato al comunista
la convinzione.

La convinzione di una nuova era
che al mondo porterà la redenzione
e porta scritto sulla sua bandiera:
rivoluzione.

E se la polizia ‘n ce lascia perde
e se la polizia ‘n ce lascia in pace,
risponderemo sulle barricate
piombo con piombo.

E se cadremo in un fulgor di gloria,
schiacciando borghesia e capitalismo,
dal sangue sorgerà la nuova storia
del comunismo.»

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